Oggi mi hanno colpito due coppie: una madre ed una figlia, e due fratelli. La madre e la figlia sedevano accanto a me sul treno che mi porta al lavoro. La madre vestita interamente di jeans, molto curata, con un cappello viola e blu largo e due orecchini azzurri che si intonavano alle sfumature violacee del cappello. Le mani curate sfogliavano una guida della citta' scritta in una lingua incomprensibile. Da qualche parola ho capito si trattasse di una lingua slava. Leggeva con trasporto ad alta voce alla figlia ogni tanto, con fare sognante, come stesse insegnando ad una scolaretta l'entusiasmo per la vita, e le tracciasse un sentiero d'amore per nutrirla di meraviglia. La figlia restava con lo sguardo rivolto alla finestra, il viso quasi piu' rugoso di quello abbronzato della madre, vestita interamente di lino colore avorio con tendenza a perdersi nel beige. Ho cercato di darle un'eta, ma non saprei dire, forse aveva 40 anni, forse 50: non saprei. Il caschetto rosso mi diceva che lei, era la figlia. In viaggio tra qualche pensiero dietro al vetro. Ed era indubbiamente piu' alta di quel tenero scricciolo in jeans e cappello di sua madre, plasmato con cura ai colori del tramonto e del mare. A volte con delicatezza ed attenzione voltava il caschetto per rispondere alla madre: da qualche parte pure in lei doveva aver seminato quel percorso della meraviglia. Le ho detto silenziosamente: figlia mia, non hai trovato l'amore?
I due fratelli invece li ho intravisti mentre passavo in macchina per andare in piscina. Il fratello maggiore teneva per mano il piccolo, al lato della strada: stavano in attesa a capo di una manciata di strisce pedonali. E chissa' dove andavano quelle strisce. Li ho riconosciuti fratelli perche' entrambi portavano delle lenti spesse, come fondo di bottiglia, colorate, ma sempre spesse. Sorridevano e parlavano, tenendosi per mano, i cuccioli. In attesa del verde. Con i loro bellissimi occhiali spessi.
Carissima Manu,
e' passato piu' di un mese da quando sei mancata. Amsi ora e' con Jaime e il suo coinquilino, quello che si sveglia alle due per andare a correre, come sai. Il resto non ti dico perche' lo sai. Tu e lui siete insieme. Io sono qui, seduta al tavolo e di fronte a me rimangono spalancate le finestre antiche, di questo edificio costruito negli anni venti. Ho comperato un mazzo di peonie, di un colore che vira dal rosa al rosso, intensamente delicato, come il loro profumo. Se ne stanno li', come un silenzioso abbraccio, nella brocca. Penso spesso alle cose che ci siamo dette le ultime volte che ci siamo viste. Alla tua grazia e a quella missione tua, di amare la vita, in ogni istante. E di farlo con pazienza e passione. Mi domando quando e' iniziato in te il male. E perche' proprio a te, bellissima Manu. Perche' i tuoi occhi si sono spenti. E poi sento che non si sono spenti per davvero. E che li vedo aperti e bruni e il tuo ridere mi e' vicino. E il tuo modo di dire le cose, e soprattutto di pensarle. Mi hai sempre stupito, perche' osi con la purezza di una stella marina accoccolata sul fondo del mare e poi di un delfino che nuota veloce. Tutto in te sembra vivere con naturalezza ed e' una meraviglia sentirti parlare: tutto allora pare accessibile, a volerlo, a volerlo con convinzione. E la fatica insegni. Che quella non l'hai mai allontanata, nutrendoti tuttavia sempre di bellezza e fiducia.
Mi capitano cose impreviste e le accolgo e mi metto in ascolto. Dice mia madre che c'e' la luna piena fuori. Lo dice al telefono. Allora ora esco a vado a vedere e te ne regalo un pezzo insieme al mazzo di peonie. Cosi'. Alzo le mani e le poso in aria. La luna si abbassera', oscillando lieve tra le nubi e le fronde di un albero. Allora tu verrai e ci riconosceremo e cominceremo a parlare come sempre. E poi la luna te la porterai in grembo.
Seguendo il filo
questo filo
sputo di parole asimmetriche
binari di chiodi conficcati
sotto pelle
come chemioterapia
tu
il tuo modo
di tradurre i giorni
di crescerli come figli
come foglie di un iris bianco
da regalare
ad un ulivo che spinge le sue radici
piene d'amore
fino a te
il tuo modo di stare
e di andare fino in fondo
sempre
il tuo modo di dire
il tuo modo e quello del sardo
il tuo modo unico di essergli compagna
fino in fondo
il vostro modo di essere insieme
occhi negli occhi
mano nella mano
montagna nella montagna
mare nel mare
il tuo modo di avere forse paura
ma provare
il tuo modo di non sapere e continuare
il tuo modo di accogliere
il mio modo ora di tacere e di dirti che ci sono
anche se ora siamo lontane
non so perche' non so come ma ho questa esigenza di parlare di adrian. mi hanno detto che sono didascalica, meccanicistica. non lo so forse e' cosi'. leggo tutto in termini di rapporti di causa effetto. eppure seguo atterrita ed impotente il decorso del tempo. gli strappi bruschi ed inspiegabili. i rami che toglie. le radici che secca. e poi ancora da qualche parte vita. e non solo cosi' atterrita ma anche in parte fiduciosa e leggera.
adrian l'ho incontrato che avevo ventisei anni. lavoravo al museo della scienza e della tecnica. facevo la guida. spiegavo come funziona la radio ed un grappolo di nozioni di ottica ed elettromagnetismo. mi piaceva inventare un modo di spiegare le cose che fosse al contempo il piu' rigoroso possibile ed intrigante. cosi' ai bambini dicevo che il raggio che viene riflesso sulla superficie di separazione tra i due mezzi era arrivato al confine senza passaporto e quindi doveva tornare indietro. oppure per spiegargli l'idea di campo vettoriale e di vettore ne mettevo uno in centro un po' obliquo e dicevo agli altri ora cosa vi serve per spiegare come e' posizionato nello spazio il vostro compagno? nozioni un po' cosi', al limite tra l'intuizione e l'imprecisione. tra l'impossibilita' di spiegare senza fare appiglio al formalismo e la necessita' di trasmettere un'idea. e di mettersi in croce in continuazione perche' forse dopo tutto l'idea che appariva cosi' chiara non lo era affatto. c'e' qualcosa di sconvolgente nella fisica perche' ogni volta che si impara qualcosa di nuovo e' come un salto nel buio. non hai assolutamente idea di dove atterrerai. e le intuizioni a volte sono totalmente fallaci. questo per la gente normale come me. poi ovviamente ci sono quelli che sono altro. e destrutturano la realta' e concepiscono dal rumore di fondo del contesto scientifico in cui si muovono, idee rivoluzionarie, che non possono se non fare male a chi le ascolta, perche' il processo di conoscenza e' un processo doloroso di conquista. e pur essendo collettivo e' al contempo intrinsicamente individuale, come tutte le cose dell'uomo. nulla puo' essere familiare. e se lo e' e' solo per pochissimo tempo, come nebbia che si dirada per poco e poi ridiviene fitta.
era una domenica di luglio e io ero li' nella sezione dedicata a marconi. ho capito subito che fosse straniero per via delle scarpe e cosi' mi sono immediatamente rivolta a lui in inglese. a lui questo piacque molto. che io avessi capito. che lo accogliessi cosi' dal nulla. ha gli occhi di un colore blu intenso. subito ho iniziato a spiegare e gli ho fatto fare il giro piu' lungo. mi sembrava fosse un tipo curioso di capire e volevo assecondare un'attitudine che promuovo. poi scattarono le domande personali, come mai sei qui? cosa hai fatto? chi sei? aveva due anni meno di me eppure aveva gia' vissuto dopo la laurea tre anni in africa. era riuscito a non prendere la malaria. si occupava di ambiente e conservazione. avrebbe iniziato da li' a qualche mese un master in biotecnologie. e per questo sarebbe rientrato in inghilterrra. ci siamo poi rivisti una sera a cena a casa sua con dei suoi amici. aveva fatto un piatto africano, molto buono. la volta dopo siamo usciti soli e cosi' l'ho portato fuori citta', decidendo al momento. nel pavese. una sorta di vacanza improvvisata di qualche ora. siamo stati legati per due anni. a distanza. ora lui lavora in universita'. ha fatto un percorso intenso di lavoro sul campo. si occupa di stabilire i rischi legati all'inserimento di sementi geneticamente modificate nei paesi in via di sviluppo. e' rimasta una persona molto in gamba. intelligente. soprattutto fattiva. pratica e sensibile. non lo vedo da anni. sei. sento ancora un legame anche se strano. per anni non l'ho lasciato andare anche se la decisione e' stata comune, anche se anche questo ho fatto fatica a vederlo. resta molto e molto e' cambiato. molto e' cambiato e resta molto.
Il blog chiuse cosi' d'improvviso le sue porte. Non restava che accettare che la porta fosse finalmente chiusa. Proprio chiusa. A chiave. Peccato che il bastardo non si fosse accorto che dentro ero rimasta io. Li' in ultima fila, il buio a definire un contorno. Per un po' quasi non mi accorsi di essere rimasta davvero sola e al buio per giunta. Non che prima ci fosse la luce. Non dove mi ero messa io. Pero', prima, sul palco, laggiu', una luce vaga restava appesa tra il soffitto e il pavimento, a riempire pastosa ed irriverente uno spazio conteso, desiderato come lingua tra denti. Tutti ingordi parevano gli uomini dal mio cerchio piccolo di circonferenza due pigreco erre. Se erre fosse cresciuto cosi' in modo anomalo, spinto da un'invisibile quinta forza, ci saremmo ritrovati tutti nello stesso cerchio, a cavallo tra il buio e la luce. E forse allora la luce sarebbe stata lingua e il buio denti. O forse sarebbero state labbra di una stessa bocca. Ma nulla di questo successe: erre rimase piccolo e il blog chiuse le porte, lasciandomi al buio. Bastardo. E pensare che dall'angolo, stavo annotando tutto, prendevo note, raccoglievo ipotesi, idee, controesempi, tracce di assurdita', possibili soluzioni ed esperienze. Non le mie, ma quelle del laggiu'. E mi commuovevo, sempre, a vedere quello che succedeva, la'. Restavo a disposizione come corpo vuoto, come buccia, per riempirmi di volta in volta di un sentire non mio. Come fossi abitata da troppe voci. Bhe' quel giorno che il blog chiuse le porte, e mi lasciarono sola, li' al buio, il blog e le voci, ebbi indubbiamente paura. E mi costrinsi a guardarmi le mani, il ventre, le gambe, i piedi, gli occhi, le labbra, i capelli ed ad immaginare dentro, il fegato, i reni, l'utero, le ovaie, i polmoni, il cuore e le corde vocali. E non digerendo ancora tutto il non amore tossico accumulatosi e rifiutando tuttavia di soccombere, o almeno non ancora, dovetti guadagnare la mia strada verso il palco. Mi dissi che almeno avrei capito esattamente dove fossi. Ci arrivai sfiorando le poltrone con la mano. Mi ci aggrappai con le due mani poi, che le note le avevo lasciate cadere a terra, da qualche parte, in un qualche istante. Ci arrivai a tentoni, salendo i gradini come un bambino. Mi sedetti sul legno e mi parve ancora caldo di luce. Mi ci tuffai sopra come fossi in acqua. E mi parve salato e caldo. Mi sdraiai a pancia in su' e sentii uno scoglio lambirmi la schiena e vidi forse una cernia risalire dalle profondita' verso la mia mano. E rimasi a lungo a galleggiare sul legno. Poi raccolsi tutte le mie note. Dicono che non ne uscii mai, e che rimasi li' tra stelle di castagno e ricci di ciliegio, invece a me parve di uscire spintonando poco la porta di servizio.
Questo blog chiude per un po'. Grazie ed arrivederci.
Sto bene e' tutto a posto. Non c'e' nulla che non vada. Dio e' vivo, Marx e' vivo, e io mi sento benissimo.
un attimo di silenzio in questo parco che brulica di musica altissima di generi diversi un miscuglio di rock pop musica araba e tango e rock & roll insomma un poutpourri velenoso per le orecchie e la testa. la musica alta non l'ho mai sopportata, tanto che ai concerti, tranne quelli di classica e jazz, non sono mai riuscita ad andare. per lo stesso motivo aborro le discoteche, in cui non ho mai messo piede, ne mai lo mettero'. ora pare che questa musica debba continuare fino alle cinque del mattino. io dico, ottimo, benissimo, la socialita' e tutto il resto, ma domani devo lavorare. e sono certa mille altre persone come me. e sto gia' pensando a come evadere questa notte il rumore pazzesco per riuscire a dormire. e gia' che ci sono con le intolleranze, non sopporto il fumo, non sopporto chi fuma addosso come se dovesse piacermi questo cazzo di fumo. io odio chi se ne accede una mentre e' seduto al bar, fuori oramai per fortuna, e per non colpire se stesso o chi gli sta facendo compagnia in quel momento, allunga la mano, ipocrita, sembra un gesto di cortesia, e invece colpisce me, con quella striscia intossicante grigia di fumo, me che sono ignara e che non ho chiesto affatto di fumare. e odio chi si accede una sigaretta mentre si aspetta l'autobus e con lo stesso fare noncurante mi colpisce. o peggio colpisce un bambino, o una donna incinta, o un anziano, e se ne frega se ne frega altamente perche' siamo all'aperto. e quelli che ti dicono: scusa ti da fastidio? e gia' se l'accendono. certo che mi da fastidio. ma non posso certo dirtelo che mi da' fastidio, quindi mi obblighi a dire di no, e tu hai fatto il gesto di essere gentile. codardi. tanto fate quello che volete comunque. vorrei sapere chi, tra chi fuma, chi ha mai veramente atteso di fumare perche' qualcuno gli ha detto che dava fastidio. di solito, se sei abbastanza in confidenza da dire mi da fastidio, si' grazie, oppure se ti sono girate le palle in quel momento, e mandi tutto affanculo, e dici: SI' mi da' fastidio anche ad un perfetto sconosciuto, loro ti sorridono, e allungano la mano. ma qualcuno hai mai pensato che allontanarsi del tutto sia davvero l'unica soluzione? ale', e tutto il discorso di fratellanza umana se ne va a farsi fottere. ma a volte uno che sempre iper-rispettoso di tutti gli altri, a vedere la mancanza di rispetto che c'e', soccombe alla bieca manifestazione di fastidio. e con questo chiudo che e' meglio che mi faccia una camomilla.
sono impaziente e non sono in pace con la mia pelle, per nulla.
l'argentina attraverso un documentario sulla patagonia. un documentario sulla storia di un uomo e di molte come lui costretti dal nord del paese ad attraversarlo tutto per trovare lavoro come tosatori di pecore. l'argentina e l'america del sud. posto in cui vorrei rintracciare storie. con un quaderno ed una matita.
da qui osservo gli alberi del parco. abito in quindici metri quadri nel padiglione pierre et marie curie. ristrutturato nel 2006, l'originale e' del 1923. mi accorgo che non ho nulla di lucido e di intelligente da dire, o forse lo avrei, ma e' seppellito da una coltre di censura ed inscurezza. la stessa con cui combatto ogni giorno al lavoro. o forse dovrei proprio permettermi di essere superficiale e di riconscere in me un'enorme soffocata superficialita'. parlare del niente. pensare al nulla. forse non ho proprio nulla da dire. nulla di nuovo. non essere in grado di capire nulla. tutte quelle mezze intuizioni che ho dentro su come dovrebbe essere questo o quello, riconoscere che siano immagini sporadiche e fuorvianti. domani parlo per la prima volta con la direttrice del laboratorio. questo e' il momento che ho costruito a partire da quando ho lasciato la fisica teorica. ed io che avevo terrore di ritrovarmi a fare i conti con certe cose me ne dovro' fare scudo. mi pare di essere un enorme maschera, un imbroglio. di non aver capito. di essermi arresa a prendere per buone certe intuizioni senza averle capite appieno. senza essermi stupita. senza sentirmi rivoltata come un calzino, svuotata e poi riempita come capita quando un'idea nuova si fa strada. quando un'idea che prima esisteva in forma di nodo doloroso si shiude e svela un alfabeto. contro ogni superficiale estetismo, sprofondando nel buio piu' nero, provocato dalla perdita di sistema di riferimento, ritrovare una chiave. il senso delle cose mi sfugge ed e' facile nascondersi tra incauti formalismi. ho paura della fatica. e ho paura di non capire. e so che questo non e' il lavoro per me perche' troppe poche volte ho capito come risolvere un problema. troppe poche volte ho saputo svuotarmi come in parto. e straripo di tentativi codardi, di proiezioni illusorie, di sogni castranti e incatenanti come un water pieno di escrementi. tuttavia ne sono al contempo infinitamente attratta. mi commuove il cammino. mi commuove il cammino perche' lo sento collettivo, perche' questo e' il destino degli uomini. cercare e ancora cercare. mi commuove a tal punto da sentirmi mezzo. da non volere essere altro che mezzo. questo e' il mio conflitto. un conflitto che non ho neanche le palle di vivere. me ne sto arresa alle allergie, alle intolleranze. e tante volte ho detto, ora basta. ora faccio qualcos'altro. ora cambio. e ho pena di me che non so che strada percorrere. e ho pena di me che non so fare. e che non svuoto mai il water. tutto dentro. mi domando come posso permettermi di essere cosi'. come posso permettermi. questo e' il momento di essere. non posso tirarmi sempre indietro. e' tutto sempre troppo complicato con me. semplificare suona come un monito ed un'esigenza delle budella. una parola che odio, perche' sa di ipocrisia ma che in cuor mio, al riparo da tutti, intimamente e con grande rispetto, invoco. e la ammiro fuori da me. perche' la vedo e a volte la bevo nei fortunati e casuali incontri che faccio. la accolgo e me ne rischiaro. e la rispecchio nel sorriso e la stringo se ti stringo la mano. in fondo non desidero altro che connettermi a tutti voi.