Piove. Diluvia. Ieri ero tristissima, oggi meno. Dipende da telefonate, da discussioni di lavoro, dal fatto di sapersi identità, di riconoscersi in un luogo, in un mestiere, in occhi diversi da tuoi che ti seguano con affetto ed attenzione. Ieri no, oggi un po di piu'. E poi c'e' quella cosa di sentirsi donna che e' li' in sordina che mi chiede: non hai voglia di sentirti bella tanto per cambiare?
Manca meno di una settimana al rientro nel vecchio Continente. Sara' una cosa breve, ma ne ho proprio voglia e bisogno. Ho bisogno di aria europea. Sembra quasi spocchioso dire europea, ma e' un po' cosi' davvero, anche se qui potrei avere tutto quello che serve a vivere e qui magari c'e' gente che pensa che solo qui si possa vivere davvero bene. Ovviamente tornare significa che vado a lavorare con il panzone. Il che da un lato mi terrorizza, perche' i nostri rapporti di lavoro sono sempre piu' deteriorati e da un lato ne sono felice perche' significa spero accorciare i tempi. La mia antipatia per questa situazione cresce. Cresce anche l'antipatia per discussioni con colleghi tipo che chi non si fa una doccia al giorno e' un danno per la societa' e come fai a non volere l'aria condizionata che da noi la mettiamo pure nei garage. Alcuni si rifiutano di vedere il problema della gestione delle risorse energetiche o del consumo d'acqua. Cresce anche l'antipatia per me stessa che si ferma a questo e non riesce a non ascoltare ed andare oltre, ad avere gli occhi saggi della ragazza turca che impara sempre ogni giorno, nonostante gli sgambetti che le fanno. Ed io che ho occhi per vedere, e orecchie per ascoltare, e imparare, e capire, di questo bagaglio di informazioni in piu' su come funzionano le cose in questo luogo e in questa parte di mondo, cosa devo farne? Sto in un luogo poco diverso da una citta' come Milano. E quello che mi chiedo forse prescinde dal fatto che io sia qui piuttosto che altrove. Posso dire di avere personalmente appreso o compreso, osservando. E poi? Mi sembra di poter arrivare solo a capirmi, o confrontarmi con le mie ombre, con i miei confini, piu' che fare tesoro di eventuali scoperte da condividere ipoteticamente e a lungo termine con il resto dell'umanita'. E mi accorgo che queste parole sono pretenziose, lo dico forte, e' pretenzioso pensare di poter servire a qualcosa di utile. Specie detto da una come me bloccata da paure perenni. Infatti io mi concepisco a servire come una spalla, non riesco a pensarmi quella che tira il carro. Mi immagino di essere piuttosto un mulo che porta i bagagli per qualcuno. Ma il fatto e' che le cose non funzionano cosi': per essere davvero utili bisogna avere un motivo che e' idea e progetto. Essere disposti a tirare il carro anche se non e' detto che poi ti capiti di tirarlo. Coltivare le idee a portata della propria fatica, anche piccole, piccolissime idee come fiori di camomilla.
Una decisione s'impone. Resto o parto. Parto per dove per fare cosa. Resto finche' ho finito gli articoli. Con il mio cv che lavoro trovo. Dove. Resto con le palle pero'. Non facendomi sopraffare dal senso di incapacita', reale, ma se non credo io in me chi ci crede. Vado che comunque le palle non mi crescono ed e' meglio se sto vicino a casa. Gli articoli, priorita' assoluta.
Questa sera dormiro'. Sono andata dal dentista e l'ennesima terapia canalare e' stata iniziata. Il giorno prima ho avuto un diverbio con un altro dentista, affidandosi praticamente solo alle radiografie, dichiarava che forse soffrivo di nevralgie non ricollegabili ai denti, e che ad ogni modo le mie terapie canalari erano state fatte al di sotto degli "standard" americani e che si stupiva ne avessi fatte cosi' tante. (Anche io ma purtroppo e' cosi' anche se li lavo in continuazione-ed e' pur vero che ho avuto nel passato una dentista terribile. Pero' sullo "standard" l'ho fulminato, ehi, tu non mi volevi neanche guardare in bocca!). Oggi ho pedalato 40 minuti per arrivare dolorante dalla nuova dentista, e li' finalmente ho parlato con un umano e ne sono uscita con in mano la promessa di una notte di sonno, anche perche' non c'e' nessun temporale, e nessuna minaccia di tornado questa sera. E quindi, buonanotte.
Lo guardo tra le fessure della mano. Scarno viso, occhi infossati blu troppo intenso, troppo sfuggenti, troppo timidamente compiacenti. Ti compiaci dell'altura dinoccolata, di quella carne inconsistente, quasi ombra di se stessa, sottile siluette bianca e nera bidimensionale che s'agita lieve. Sorriso scomposto e breve, che non vuole lasciare tracce. Tu, sei felice di essere chi sei e ti vezzi di negarlo. Insopportabile. Io invece piango tra le mani. Non so dove e' nata la mia incapacita'. Con la tua felicita' pudica e rimessa, mi attrai e mi fai rabbia.
Voglio ritagliarmi il grasso con un paio di forbici e appiccicartelo addosso. Un po' di ombroso grasso sulle tue metalicche membra. Composte e sedute al tavolo, davanti ad una birra.
Ti guardo tra le fessure della mano. Come un terzo occhio da lontano. Vedo che ridi, e mi guardi. Sei curioso. Cosa fa quella donna che piange? Di che sanno le sue lacrime?
Io non ti gratifico. Non ho risposte, non ho posso parlare. Apro poco le mani. Se hai coraggio, vieni qua e chiedimi. Lascia i tuoi amici e vieni a parlare con me. Cosa hai fatto ai tuoi occhi, sono troppo blu. E questo sorriso stretto, dove lo hai ideato? Dici che anche io ho ideato le mie lacrime e le mani sopra al viso. Si'. E' la mia zattera. Ci attraverso i fiumi selvaggi, gli oceani di ghiaccio. E non ti illudere, sono davvero inconsolabile. Senza soluzione. Mi attacco alle mie zattere. Mi sacrifico per l'impossibilita' di saper trovare soluzioni. Cosi' come non sembrano esserci soluzioni alle incongruenze e alle crudelta' negli affari degli uomini. E non sono qualunquista, ho in mente esempi precisi. Ecco, ti ho fatto incazzare. Bene. Lo vedo che mi evita, ritorna a rintanare gli occhioni blu tra i buchi del cranio secco e a giocare con la timida risata.
Si alza, andra' a pagare.
"E cosi', perche' piangi?"
"...."
"Aspetta."
Aspetto, veramente non so cosa succedera' ora: la sua e' stata una mossa del tutto non prevedibile. Nulla della figura evanescente, della risata sbriciolata, delle gambe troppo lunghe, lasciava intuire che potesse dar corpo ad una conversazione reale con me. Mi stupisco persino che dentro la bocca ci siano davvero i denti e che il fiato sappia di coriandolo e limone. Mi tocca la spalla da dietro. Le mani mi paiono rigide e desidero che siano mani gia' note, capaci di contenermi.
"Vuoi unirti a noi?"
Vorrei dire no, ma se dico no, faccio lo struzzo sulla mia zattera. Devo dire di si'. E invece dico.
"No, voglio parlare con te."
"Voglio sapere perche' fingi di non sapere chi sei?" insisto.
"E tu perche' vuoi guardare attraverso le fessure delle mani?"
"Siamo due bambini".
"Si', ma io ho almeno sei anni meno di te"
"Come lo sai?"
"Non so. L'ho detto perche' sono un bambino".
Lo guardo e attraverso le fessure delle mani, siamo diventati bambini. Lui ha il secchiello, giochiamo vicino al fiume. Sulla sabbia grigia e rossa, polverosa d'acqua dolce. Lui fa un castello, e io ci cammino sopra per farlo piangere. Poi gli dico che so io come si fanno i castelli, adesso te lo insegno. Vieni, dammi il secchiello. Non voglio, piagnucola. Va bene, allora andiamo a vedere le rane. Si' andiamo a vedere le rane! Lui e' felice perche' io delle rane ho paura e lui no. Prende una rana e me la tira addosso, il vigliacco. Poi scivoliamo nel fango entrambi. Ecco siamo pari... e ridiamo...
Il cielo aspira in ondate il colore degli alberi, cupe nuvole ne appiattiscono le cime. Il vento spira tra le zanzariere grigie, in quello spiraglio che gli lascio, perche' voglio sentirne l'odore. Di nuovo possibili tornado nelle contee del sud dello stato. Io vorrei godere della potenza della natura senza averne paura. Senza sentire sirene ed affrettarmi a capire che devo fare. Vorrei guardarla la tempesta, o entrarci dentro come da bambine io e mia sorella. L'idea era di mamma, ed era solo pioggia. Mettersi il costume e i pattini a rotelle e danzare sotto l'acqua nel cortiletto di casa. Allora eravamo sulla costa est. Avevo un costume bianco intero con pallini colorati. Era fantastico. Io ero e sono una fifona, una pusillanime. Quello che mi piaceva era che fossimo tutte e tre li' sotto la pioggia a danzare coi pattini. Tutte e tre in conversazione giocosa con la natura. E poi mi viene in mente un raccontino che ho scritto alle elementari. Una volta che restammo a lungo in coda in autostrada, in partenza per le vacanze estive. Cosi' scrissi di una famiglia sfigata con una macchina vecchia non di ultima generazione, anche lei in partenza. Dal finestrino di dietro una bambina osservava tutte le altre macchine con l'immancabile super pubblicizzata ultima feature: un paio di ali estrabili ai lati, che consentissero di evitare il traffico al bisogno. E la bambina si tormentava: ecco noi rimarremo a terra. Ad una ad una le macchine, con le rispettive famiglie, stufe dell'ingorgo, presero il volo. Fintanto che l'ingorgo non si trasferi' in cielo e la famiglia sfigata non si ritrovo' con l'autostrada completamente sgombera!
Il cielo ruggisce, resto in ascolto. Gli alberi sembra che mi parlino. Che volete dirmi? Si' ho voglia di parlare io, che vedo parole mute tra le vostre foglie?
Sono giorni bui, tra allarme tornado, muro di grandine e pioggia, tempo incerto, nuvole nerissime e poi bianche soffocanti. Ieri notte e' saltata pure la luce dopo un'esplosione che mi ha fatto temere il peggio (oddio stanno sparando qua vicino). E io in tutto questo, io in tutto questo vorrei solo prendere il primo aereo per casa. Gia' casa. Ma soprattutto vorrei che qualcuno mi prendesse per mano. Terribile. E cosi' meditavo di prenderlo davvero l'aereo al piu' presto. Meditavo triste. E poi sono andata a fare la spesa e sulla via di ritorno, ho visto un piccolo coniglio marrone e bianco su quelle che in italia sarebbero strisce pedonali. Coniglio! Che fai? Torna indietro non vedi che le macchine arrivano? Mi ha guardato attraverso il vetro della mia di macchina, o almeno cosi' mi pare, ed e' tornato indietro, zampettando spaventato. Io tra la lacrime, ho fatto inversione mi sono fermata, e l'ho cercato. Per stringerlo, per dirgli, piccolo coniglio mio, non possiamo trovare un luogo piu' adatto per te? Non l'ho trovato. E lui non sa che io cercavo proprio lui, proprio quel coniglio li', per ricordarmi che vivo.
Oggi mentre pranzavo su di una panchina sotto il sole m'e' caduto l'occhio sulla frase:
A musician must make music, an artist must paint, a poet must write if he is to be ultimately at peace with himself... What one can be, one must be.
Abraham Maslow
Questo e' il viale delle targhe, un viale poco pretenzioso, nessun rigoglioso albero a segnarne i confini. Io le chiamo targhe ma sono piuttosto degli altarini, dentro cui giacciono delle targhe con nomi di persone legate all'Universita' in questione che hanno contribuito in vario modo alla scienza, alla medicina, alla letteratura.
Questo viale mi affascina, perche' ogni tanto scopro che persone di cui ho ammirato il lavoro, e che per me rappresentano un valore astratto di contributo alla conoscenza, a volte nemmeno facilmente quantificabile (come e' difficile comprendere appieno il significato di creativita' se non si crea), hanno effettivamente lavorato qui. Spesso sento un'enorme vuoto, le idee divengono ramoscelli secchi in pieno deserto e le mani grossolane e prive di strumenti. Eppure mi diverto perche' penso all'umanita', e alla bellezza del fare. E mi chiedo incessantemente quale sia il mio senso in questa vita, che cosa posso dare, in cosa posso essere utile. Da ragazza rimandavo ad anni successivi il momento in cui avrei visto chiaro il mio cammino. E nel frattempo mi perdevo a perdere tempo, come amavo fare, usando i pastelli, imparando a cantare sulla falsa riga di Ella. Non ho mai buttato la testa in una cosa sola, come un polipo mi attaccavo a tante cose, per momenti brevi, intensissimi, e poi via. Mi affaticavo nell'ansia di non saper fare bene. E nell'ingordigia di cose. Avrei voluto essere pianista, cantante, pittrice, archeologa e scrittrice. E mi straziava sapere di non essere votata ad una di queste cose, di non avere il talento giusto: quello che ti soffoca, che non ti permette di scegliere altro, quello che ti sveglia di notte come una martellante ossessione. Le mie ossessioni sono infinite figlie invece, che giocano a scambiarsi il nome e ad apparire e sparire in ondate. Ero combattuta tra il dirmi che non fosse necessario essere speciali e lo sperare che un talento mi riempisse la bocca tanto da congelare ogni parola. Ogni inutile, ripetuta, imprecisa, parola. E quante volte mi sono distaccata da tutto, sperando persino di riuscire a controllare i bisogni primordiali. E ora, sinceramente, provo un po' di pena per quella ragazza. Perche' con il gioco del distacco, me ne sono stata molto in panchina. Ad osservare, a guardare. Invece con la donna non so che pesci prendere. Mi infastidisce, sempre cosi' ignorante. La donna che sono io, ignora. E pure lei mi fa un po' pena. Vorrei che si scavasse dentro per tirare fuori un coniglio. La donna che sono io mi commuove, perche' lei, o io, sente tutto a fior di pelle, ancora osserva, osserva fino all'esaurimento, il miracolo degli altri. E divento pozzanghera, e resto acqua. E alla fine, che piova, cosi' dalla pozzanghera ritorno Donna e possiamo fare un po' di strada assieme, allontanandoci dalla panchina. E soprattutto posso stare in compagnia che e' nella mia vera natura.
sono un poco persa. ho preso delle decisioni ieri. e gia' ora mi sembrano impossibili. nella confusione mi girano in testa parole come: workaholic, craving, go figure, anxiety and obese.